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ENVIRONMENT AND OLD LANDSCAPE

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giovedì 7 settembre 2017

ARTICOLO SULL'OLIVO - PROF. FERDINANDO ALTERIO






ARTICOLO PUBBLICATO DAL PROF. FERDINANDO ALTERIO






Dove finisce l’ abitato del  centro storico di Venafro , iniziano gli storici  oliveti. Sono nato nel quartiere  del  Palazzotto e quasi sempre insieme  ai ragazzi delle Manchanelle  si faceva gruppo per andare a giocare negli oliveti. Per me e i miei coetanei spostarsi  negli oliveti è stata sempre cosa facile. La sveltezza  fisica  di noi ragazzini ci permetteva  di stare  tra vetuste piante in pochi minuti .  Le giornate di sole ci invitavano a passare giornate intere tra gli olivi. Lì  facevano di tutto,giocavamo  a nascondiglio, alla guerra , alla  caccia , raccoglievamo a marzo la legna per la festa di  S. Giuseppe mentre  a maggio ci procuravamo le infiorescenze dell’Ampelodesmos mauritanicus  che  chiamavamo “cannizzi”  per  masticarle nel tentativo  di dissetarci . Camminavamo    in fila , le strette stradine così ci imponevano. Percorsi antichi e sacrali che il  tempo  ci  aveva consegnati,  calcati nel passato  da uomini ,donne, fanciulli,muli e asini.  Nel mese  di maggio l’aria densa del profumo di Nepitella   si sposava  all’odore delle mignole  in fioritura che se numerose per i pratici erano  auspici di un buon raccolto. In autunno  nelle nostre sfrenate  corse  tagliavamo i percorsi e inevitabilmente finivamo tra le famiglie  di agricoltori impegnate  nella  raccolta. Eravamo  accolti da urlati  riproveri, con la promessa gridata dagli olivicoltori di riferire l’accadimento  ai nostri genitori. Non    comprendevamo  che schiacciare anche una sola  drupa  era cosa molto grave quasi un peccato.



Negli  oliveti si notava , il carro in legno sganciato dal mulo  che più in là  mangiava  biada  contenuta in una bisaccia e l’ intera famiglia che  con scale molto lunghe,pertiche , uncini,canestri, setacci  e  grezze lenzuola poste sotto la chioma procedeva alla raccolta delle olive   battendole  o  “mungendole ” con le dita della mano.  Negli oliveti a  raccolta terminata ho visto le ultime persone   “ vachiare”,avevano diritto i poveri a raccogliere  le  drupe sfuggite al proprietario.
Ricordi bellissimi che non mi hanno mai abbandonato. Il tempo trascorso mi ha permesso di raccogliere notizie  dei nostri olivi e di capire che il tempo   aveva consegnato a Venafro una delle più importati nicchie di biodiversità . La  pianta  dell’olivo forse meglio dei  edifici monumentali  è riuscita  a farmi  capire che   il tempo  passa. Guardo una pianta e penso al percorso evolutivo compiuto in  milioni di anni al termine del quale  l’olivo  presenta  tutti  gli adattamenti   sviluppati .Sono tanti , affascinanti  e coinvolgenti. La pianta va guardata e capita e soltanto  in tali momenti riesce a trasferirmi la  forza evolutiva,presente nelle radici, nel tronco, nelle foglie e nei fiori. Sono tante le piante  o come dicono a Venafro  “Piedi”a cui porgere attenzione .Il procedere nelle passeggiate  mi fa sentire  viaggiatore   che al termine  del suo viaggio si sente  arricchito. Il calpestio del suolo diventa  cammino sopra la storia. Sotto le fronzute  chiome delle piante  si possono immaginare a raccogliere  le olive ,il villicus  e la familia rustica romana , le  famiglie  longobarde, e poi angione, aragonesi,francesi,e infine i  contadini  del Regno di Napoli.La pianta è diventata  per ogni popolo il riferimento della propria civiltà e  il simbolo di religione per la propria vita. È pianta che nel tormento  del tronco rappresenta  le difficoltà della vita  e la linfa che in esso si muove         trova alla fine del viaggio  nelle foglie  la luce. All’oscurità in cui vivono  le radici si contrappone  la luce della chioma. Il percorso della linfa diventa il nostro percorso e l’albero di olivo simbolo di vita piena di luce. L’olivo  si manifesta  come la  pianta più umana degli alberi.

Il paesaggio agrario , lo sforzo che l’uomo esercita sulla terra,non per fini estetici ma per modellare e  dare ottima sistemazione  alle coltivazioni, nella pianura di Venafro  si  è  incominciato a delineare  prima dell’arrivo dei Romani. Il primo scrittore  che  parla di Venafro è  Marco Porcio Catone (234-149 a.c.) che nel   De Agricultura  riporta la  fabbricazione a Venafro di  vanghe,tegole e funi di  cuoio per il torchio. La presenza  della materia prima permetteva  tali attività artigianali in Venafro.Il ferro sopra le Mainardi,l’argilla  nel suolo agrario e  un  intenso all’allevamento bovino. In tale contesto come afferma  lo scrittore locale  Cosmo  De Utris l’intervento dell’uomo  è stato fatto  in anticipo rispetto all’arrivo dei Romani “Perché fino  a tanto che una popolazione  nascente edifichi le sue case, comunque fossero,riduchi a coltura le campagne, dia scolo alla acque e non tralasciando la postura, procuri le piante e accresca  li tardi olivi in maniera considerevole,e s’impieghi nelle manifatture non solo di necessità, ma anche di lusso, non ci bastano mille anni, tanto più  che le pestilenze non mancavano e le guerre furono continue”  . Con queste interessanti parole  l’origine del paesaggio agrario destinato agli olivi viene a spostarsi ancora più indietro, forse prima dell’arrivo dei Latini. Il terreno che accoglie gli olivi  è in massima parte  “ una fascia di conglomerati fluvio lacustri, a cemento ferroso del Quaternario Antico” posta tra i rilievi montuosi e la zona a valle,  accumulo di alluvioni del Quaternario recente del fiume Volturno.Le montagne di Monte Corno e Santa Croce   e il vallone di Santa Croce stratificando  coniodi di deiezioni  sopra gli antichi strati hanno originato  il colle di S. Leonardo e il colle di S. Paolo dove  è stato edificato il paese e realizzata la fascia  olivetata  storica ed eroica. La cerchia di monti del Cretaceo in forma di emiciclo  degradando dolcemente  verso la pianura ha accolto  nei posti di maggior sicurezza  la storia di Venafro.Gli oliveti diventano custodi di archeologia,per cui storia locale e olivicoltura formano una sola entità ”.
I fratelli Monachetti descrivono  la bellezza del posto.
“E’ questa città abbondantissima di ogni sorta di necessario all’umano vitto, soprattutto spande da ambedue  i lati quasi due ali di abbondantissimi ulivi dai quali si raccoglie olio  di fatturazione perfetta che, secondo la testimonianza di antichi e moderni autori, non v’è migliore olio in tutto il regno   del mondo”.
Gli oliveti sorvegliano e custodiscono parte della nostra pregiata archeologia: la svettante Torricella, mura  ciclopiche,fortificazioni sannitiche e romane,resti di ville rustiche ,  teatro romano,cattedrale e castello  ;
delle nostre tradizioni : l’ antica mulattiera ,
e della nostra geologia: falesie e rupi, ricoveri per il biancone,falco lanaiolo,falco pellegrino e poiana.
Un vecchio adagio agronomico recita “La pianta è lo specchio del terreno” . I giganteschi olivi di Venafro, che nell’ottocento si definivano querce ,  trovano nella nicchia pedoclimatica   i migliori parametri per  vegetare : esposizione a mezzogiorno, giusta pendenza,protezione dai venti  freddi, ricambio dell’umidità ,e proporzionato  scheletro di natura  calcarea. Se l’olivo è la coltura  delle sei esse le prime tre :solo,sole e sassi ,sono  verificate. Il suolo ha trovato la giusta coltura e il paesaggio agrario  incomincia a stabilizzarsi. La cura prestata dai venafrani agli oliveti è stata sempre meticolosa

“Nel tempo che si raccolgono  le olive  sono si puliti che sembrano giardini “( Monachetti).


Strade in terreno naturale  di varia larghezza si intrecciano negli oliveti,hanno una  pendenza che difficilmente sforza il passo degli animali e dell’uomo. Il terreno è stato modellato. Si notano tutte le strategie possibili adattate  alla pendenza  del suolo. Ciglionamenti , lunettamenti in basso , terrazzamenti più in alto. Il terreno viene zappettato soltanto per un cherchio uguale alla proiezione della chioma ,e il ciocco   rincalzato ad ogni primavera. Il resto del suolo viene gestito con un  inerbimento  naturale. Bellissime le parole del molisano G. Iovine che con poesia  descrive il suggestivo paesaggio
“ Su ai margini della piana la campagna tende ai monti prossimi con pigra dolcezza di declivi e di prode folte di ulivi dalle chiome interamente verdi ,fronzute; le piante numerose in bell’ordine fanno bosco, hanno una cordiale solidarietà di vita”
Venafro è luogo di emigrazioni “antichi popoli    intorno all’anno 1200 scendendo per la via Pescara e Sangro –Volturno o risalendo per l’antica  via Cuma –Capua Isernia Aufidena -Sulmona vennero  a sovrapporsi   o interporsi agli originari nuclei preistorici ” ( G. Morra ).
In tale  contesto  il territorio  incomincia  ad essere popolato. La presenza  di piante di oleastro comparse  spontaneamente suggerirono ai primi coltivatori di  sperimentare  l’introduzione   dell’Olea  Sativa.  Cleobulo  scrivendo  a Platone , riferisce di una storia appresa da Attilio di Duronia in cui parla dell’eroe eponimo Licinio di Venafro  che è riuscito a trovare , dopo lunghe ricerche,una pianta di olivo capace di resistere ai freddi che  se coltivata  eviterà agli abitanti delle Mainardi e della Maiella    di comprare  olio dagli abitanti della terre vicino al mare. L’olivo con Venafro inizia l’occupazione di territori interni più freddi  e l’affermazione di Teofrasto,  che l’olivo non vegeta a più di trecento stadi dal mare viene superata. Soltanto considerando Venafro “ centro di confluenza di popoli,di scambi di civiltà, di commistione di lingua e  religione, ma soprattutto di scontri e incontri di forze ,sotto la cui minaccia,diretta e indiretta venne a trovarsi” come riporta G. Morra il posto diventa anche contenitore di biodiversità. M.P. Catone  menziona  dieci cultivar,M.T. Varrone nove,Virgilio tre,L.G.M. Columella dodici ,Plinio il vecchio sedici,Macrobio quattordici e Rutilio Palladio sei. Ben  quattro delle varietà o come si diceva  nel settecento “maniere”  di olivo sono presenti  negli oliveti di Venafro.
La Licinia o la Liciniana  dei  Latini ; corrisponde  all’attuale Aurina;
La Radius dei  latini corrisponde all’ Olivastro Breve mentre per  Joseph Pitton Tournefort sarebbe l’Olea media ,oblonga,fructu Corni H.R.Monsp.
 La Radiolus dei  Latini corrisponde all’ Olivastro  Dritto mentre per Joseph Pitton Tournefort sarebbe anch’essa L’olea media ,oblonga,fructu Corni.
La Sergia o Sergiola  dei  Latini corrisponde alla  Resciola o Rosciola mentre per Joseph Pitton Tournefort  sarebbe  l’Olea minor, rotunda,ex rubro  e nigro variegata H.R.M.  
Rientra tra le piante coltivate anche  l’oleaster che viene chiamato Gnagnaro.






A Venafro per Niccola Pilla,  primo classificatore,sono presenti  undici varietà; per  il canonico Francesco Lucenteforte diciotto varietà; mentre   l’ultimo classificatore l’agronomo Gennaro Nola  nel 1936   registra   la presenza di quattordici varietà.
Tanti i riferimenti che il  passato ci consegna degli olivi di Venafro ma la varietà che   la storia ci chiede di custodire gelosamente è la Liciniana. Per Plinio “ un terreno pieno di ghiaia,nella campagna di Venafro, è adattissimo agli olivi “ per cui  l’Italia grazie al territorio di Venafro ha ottenuto il primato in tutto il mondo “ Principatum in hoc quoque bono obtinuit orbe maxime agro Venafrano,eiusque parte, quae Licinianum fudit oleum unde et Liciniae gloria praecipua olivae”.
Orazio in una satira immagina di incontrare l’amico Cazio. Quest’ultimo è stato  a lezione  di  cucina    dove  è stato trattato il tema della preparazione delle salse. Cazio entusiasta di quello che  ha imparato, mentre  passeggia con il caro amico, riferisce della preparazione di due salse;  una  delle due deve avere per condimento l’olio spremuto dai torchi di  Venafro
 “ l’altra si ottiene facendo  bollir questa con erbe triturate e sparsa di zafferano Coricio, lasciandola raffreddare, con l’aggiunta di olio d’oliva spremuto dai torchi di  Venafro”
 Passano secoli e l’olio  di Licinia  continua a mantenere il primato. Nel 1594 il fiorentino  Piero Vettori,nel suo famoso trattato dell’olivo rinnova la bontà dell’olio 
“ che ella fa ottimo olio, e le da il vanto sopra l’ altre ulive ; e vuole  che l’olio di Venafro, il quale ancora oggi ha tanto nome , tragga l’onor suo di quivi.”
L’illustre  medico ma per passione cultore dell’olivo e dell’olio, Giovanni Presta di Gallipoli nel 1788 fa dono   alla Maestà Ferdinando IV , Re delle due Sicilie di 62 saggi di olio contenuti in fiaschetti posti in due casse impiallacciate di legno di olivo . I fiaschi numero 31 e 32 erano rispettivamente di Rosciola e Aurina.

H.S. Schuchardt,nel suo  pregevole libro,definisce l’oliva un piccolo frutto dalla grande storia. Venafro nel contesto della olivicoltura italiana e mediterranea  diventa come la drupa dell’olivo un piccolo paese dalla grande  storia.










 Tipica disposizione delle drupe  nella  var. Aurina
 
Scheda elaiotecnica della varietà AURINA 
ALBERO
Vigoria: media
Portamento:assurgente
Densità di chioma:folta
Internodi:corti



FOGLIA ADULTA
Forma: ellittico-lanceolata
Superficie:leggermente elicata
Dimensione:media
Angolo apicale:acuto
Angolo basale:acuto
Posizione larghezza max:centrale                                        
Colore pagina superiore: verde chiaro
Colore pagina inferiore: grigio verde  cinereo
Note:nervatura principale visibile
INFIORESCENZA
Struttura:corta e compatta
Forma:racemosa                                                     
Lunghezza media mm: 22
Numero medio fiori:30
Fiori ascellari:presenti
FRUTTO
Colore alla raccolta: nero corvino
Invaiatura:tardiva e graduale
Forma:sferoidale
Simmetria apicale:simmetrico
Simmetria basale:simmetrico                                                            
Posizione diametromax:centrale
Dimensione:piccola
Apice:arrotondato
Base:appiattita
Umbone:assente
Cavità ped.forma/largh:circolare e larga
Epicarpo:pruinoso con lenticella piccole
Peso 100 drupe gr .112-Diametro polare mm 11,5-Diametro trasversale mm 9,2-Rapporto diametrico 1,25




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