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ENVIRONMENT AND OLD LANDSCAPE

BENVENUTI NEL BLOG DI TERREALTE.ORG DEDICATO AL PAESAGGIO - QUI TROVERETE UNA RACCOLTA DI FOTO SUL PAESAGGIO ITALIANO ANTICO (ARCHEOLOGIA DEL PAESAGGIO E BOTANICA) IN PARTICOLARE SULLE VITI MARITATE (OLD LANDSCAPE )

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mercoledì 20 giugno 2018

UNA STORIA INTERESSANTE IN RETE - VALIDO CAPODARCA




di
Valido Capodarca

UVA

Indispensabile, in ogni casa di contadini, era poi la presenza dell’uva. Ma chi conosceva le specie di oggi.? Le piante erano quasi sempre maritate ad alberi di acero campestre, altrimenti chiamato loppio o, in dialetto, “l’arburu”. Fra un acero e l’altro potevano essere stesi dei fili di ferro filato per dar modo alle viti di allungare i loro tralci. Per la maggior parte, l’uva serviva a fare il vino, ma spesso serviva per alimentazione diretta. Ricordo, presso la casa di Nonno Fefè (Raffaele), che spesso la cena, alla fine di una dura giornata di lavoro, era una canestrata di uva che le donne spargevano sulla tavola, e un filone di pane fatto a casa. Qualcuno tagliava delle fette di pane e la cena era, appunto, pane e uva: tre o quattro chicchi di uva e un morso al pane, ed era tutta la cena. Chi conosceva le moderne varietà di uva da tavola? L’Italia, la Regina, il Moscato, ecc. Per la maggior parte si trattava di una specie che si chiamava “lu vaccù” oppure “lo vàccoro”, un’uva grossa, con chicchi rotondi, non molto dolce, antipatica perché il guscio dell’acino si schiacciava lasciandoti con la buccia in bocca che dovevi ingoiare ugualmente o sputare. Più simpatica era la malvasia, con chicchi medio-piccoli, che però non aveva l’inconveniente de lu vaccù. Un’altra varietà si chiamava “pagadebitu”; dicono si chiamasse così perché si raccoglieva per ultima e il vino con essa prodotta serviva a pagare eventuali debiti contratti prima. Ricordo, però, che c’erano anche varietà coltivate per “sfizio”, in genere una pianta per ogni specie, cioè solo da mangiare. Per esempio, una vite produceva l’”uva tosta”, cosiddetta perché i chicchi rimanevano duri anche se maturi; un’altra produceva il “ràcino”, un’uva nera dai chicchi duri che maturavano molto tempo dopo le altre uve, in genere a novembre-dicembre (notare l’assonanza fra il nome”ràcino” e il francese “raisin” che significa, appunto, uva.
Un’altra vite dava “l’uva a piccu de gallu”; esiste ancora oggi e viene chiamata uva cornetta, dai chicchi molto lunghi, simili appunto al becco di un gallo. Quella però forse più attesa di   tutte era la cosiddetta “Uva de Santa Maria”, perché maturava prima di tutte le altre, in corrispondenza della festa di Santa Maria, cioè l’Assunzione, il 15 agosto. Anzi essa era talmente precoce che in qualche posto veniva chiamata “uva luglia”, perché era già possibile farne i primi assaggi gli ultimi giorni di luglio.
Non so se oggi qualcuno, sentendo nominare l’uva americana, riuscirebbe a capire di cosa si tratta. Semplice: esiste ancora oggi, ma quasi ovunque viene chiamata uva fragola.
Non ricordo il nome delle uve bianche normalmente usate per produrre il vino, ricordo che esse venivano normalmente snobbate da noi bambini, tanto che mai le avremmo usate per saziare la fame o per il solo piacere di mangiarle. Ricordo perciò che, quando cominciai a frequentare il Liceo Classico a Fermo osservai con un certo stupore le stesse uve in vendita, su apposite cassette, sui banchi dei fruttivendoli, come fossero uve pregiate. La considerazione personale che ne feci fu: devono stare proprio male, in città, se ritengono buona anche quest’uva.

Valido Capodarca