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ENVIRONMENT AND OLD LANDSCAPE

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venerdì 6 dicembre 2013

INTERVISTA AD UN VECCHIO FORESTALE : PEPPE DI NUNZIO


RICEVIAMO E RIPUBBLICHIAMO UNA BELLLISSIMA INTERVISTA





INTERVISTA A PEPPE DI NUNZIO
DI GIACOMO D’ALESSANDRO


Dagli scontri con i bracconieri alle prime foto dell’orso marsicano, dialogo a tutto tondo con Peppe Di Nunzio, memoria storica del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il racconto di una passione che interpella l’uomo e la sua armonia col mondo.

di Giacomo D’Alessandro

Incontriamo Peppe al Centro Anziani di Villetta Barrea, nel cuore del Parco d’Abruzzo, un pomeriggio di fine settembre decisamente piovigginoso. Un altro autunno è cominciato, e da queste parti ci vuole una dura corteccia per resistere fino a primavera. Con i suoi 88 anni, il guardiaparco in pensione si alza dal gioco delle carte e ci invita a sederci all’aperto per la nostra conversazione. Da dove partiamo? mi chiede. Partiamo dall’inizio, dice piano senza aspettare risposta.

Il parco nasce nel 1923, ma sotto il Fascismo fu di fatto chiuso… e dopo?
Fino alla fine degli anni Cinquanta fu sotto il controllo della Milizia Nazionale Forestale. Il primo gennaio del 1954 entrammo in otto a servizio come guardie, affiancandone tre già presenti. Potevamo dividerci in cinque pattuglie di vigilanza. Al tempo non c’era alcun archivio di documenti o di fotografie, cominciammo a fare formazione con alcuni studiosi che venivano da fuori; io ero stato pastore, ne sapevo di montagna, ma le competenze giuridiche e legali mi mancavano. Ufficialmente eravamo guardie giurate speciali, con ben poca autorità e giurisdizione.
Il problema dei bracconieri era forte?
Il bracconaggio c’era. Una sera facemmo un appostamento per fotografare l’orso, sentimmo uno sparo da caccia verso il Monte Petroso. Sapevamo già chi era. L’uomo ci vide col binocolo e si sentì minacciato. Moschetto lui, moschetto noi. In una manciata di secondi una pallottola fischiò a pochi centimetri da noi, sulle rocce. Rispondemmo, più che altro per marcare il territorio. Da quel momento chiedemmo aiuto alle forze dell’ordine, ma non volevano inimicarsi il pericoloso soggetto in questione. Allora una notte lo aspettammo davanti a casa sua, in una strettoia da cui doveva per forza passare, per coglierlo in fallo. Quando spuntò gli saltai addosso per bloccarlo, ma sentii che armava il fucile e urlai al mio collega che riuscì a metterlo a terra e a tramortirlo. In seguito fu condannato.
A cos’altro dovevate fare fronte?
C’erano tagli indiscriminati di boschi, abusi edilizi che i Comuni concedevano per interesse economico… Ci salvò un decreto del 1958 sul vincolo paesaggistico. Come guardiaparco cominciammo ad essere tenuti in considerazione dalla gente, ma anche temuti e minacciati, con vere rappresaglie sulle nostre famiglie
Com’era lavorare nella natura?
Ci spostavamo a piedi, 8 ore ogni giorno, per fare pattuglia, ostacolare atti illegali che per la gente erano diventati normali nei decenni di assenza di protezione. Quando il direttore Saltarelli cominciò a fare pressioni sui politici, lo fecero fuori. Seguirono 7 anni di commissariamento, quindi arrivò Tassi, giovanissimo e preparatissimo, non certo uno sprovveduto. In 30 anni ha creato il Parco, un lavoro straordinario. Come prima cosa assunse altre 12 guardie. Si lavorava bene, gratificati, io venivo distaccato per conto mio per fare le fotografie che non esistevano.
E così arriviamo all’Orso…
Facevo il primo tratto al buio e mi portavo in quota, poi mi fermavo e osservavo. Quella mattina vidi un’orsa a valle da Forca Resuni. Dovetti scendere, rischiando di perderne la posizione, ma per fortuna la ritrovai che pascolava in una radura. Stavo montando la mia attrezzatura a monte di un sasso quando a un certo punto mi trovo ai piedi gli orsacchiotti, assolutamente ingenui. Io non avevo che la pistola. La madre comincia a venire verso di me a cercarli, e preso dal panico non indugio oltre, le scatto la foto. Poi comincio a scalciare e sbraitare per allontanare i piccoli prima che tocchi a me essere caricato… E mentre se ne vanno fotografo anche loro. Ci misi dieci minuti buoni a mandarli via: sapevo che scappando io avrei attirato la carica della madre, restando lì con loro l’avrei indotta comunque ad attaccarmi come una minaccia ai suoi cuccioli.
Missione compiuta comunque: le foto c’erano…
Non sai la paura che fossero venute mosse… non c’era prova alcuna che fossero buone, per cui non lo dissi a nessuno e mi precipitai dal fotografo. Stetti un giorno intero da lui insistendo che facesse tutto al meglio e subito. Uscì un capolavoro. Gli dissi che non me ne andavo finché non me le stampava, e le portai al quartier generale del Parco. Da quel momento presi a fare tante foto, tra cui quello che rimane l’unico accoppiamento di orsi. Merito più che altro della tenacia con cui facevo tutti i pernottamenti all’aperto in alta montagna…
Come ha fatto a riprendere un accoppiamento senza farsi sentire?
Andò così. La sera del 6 giugno 1986 mi affidarono un giornalista di Milano, un appassionato del genere. Partimmo verso il Marsicano, ma iniziò a nevicare e non ci fu nulla da fare. Provammo la sera dopo, e una volta in quota c’erano quasi 30 centimetri di neve sul sentiero. Ci appostammo, fino a che uscì un orso. Il giornalista non stava nella pelle, io gli dissi di stare zitto. Capii che eravamo sottovento e che la bestia ci avrebbe fiutato. Hanno un olfatto finissimo, per questo andavo quasi sempre da solo, meno che mai con qualcuno che fumava. Mentre ci spostavamo uscì un altro orso che sembrava ubriaco, seguiva la traccia della femmina. Si incontrarono, si abbracciarono in effusioni, e noi ne approfittammo per portarci a cento metri, dove feci due foto durante l’accoppiamento.
Qualche volta però se l’è vista brutta…
Sì, ad esempio quando per seguire una traccia di neve insolitamente sporca scendemmo i gradoni di uno strapiombo, senza corda. In fondo c’era una grotta, e dentro un orsacchiotto che dormiva. Appena ci affacciammo iniziò a ringhiarci: aveva più paura di noi, tentava di uscire ma eravamo proprio sull’entrata. Non ci eravamo accorti che la mamma stava dietro di noi, vicino alla nostra roba. Il suo urlo risuonò in tutta la valle. Iniziammo a tirarle delle pietre, a urlare anche noi per allontanarla. Quando finalmente siamo riusciti a toglierci da lì il piccolo è schizzato fuori e rotolando in discesa come un pupazzo ha raggiunto la madre in un batter d’occhio.
Un altro signore della foresta, molto più difficile da sorprendere, è il Lupo.
C’è stato un periodo in cui su suggerimento degli studiosi creammo i cosiddetti “carnai” per nutrire le bestie in zona e assicurarci che andassero in letargo nelle vicinanze. Io ero contrario, in ogni caso feci alcuni appostamenti dove venivano lasciate le carcasse per cibare gli animali. Mi scavavo una fossetta con la zappa per nascondermi nel terreno, spuntava solo la testa e la macchina fotografica. Mentre riprendevo alcuni orsi intenti a mangiare, cominciai a sentire rumori strani alle mie spalle (chi conosce il bosco se ne accorge subito). Poco dopo la vidi spuntare: la testa del lupo. Provai a spostarmi ma mi sentì subito, e lo vidi acquattarsi per avanzare strisciando di soppiatto. Altro che foto, non feci in tempo a muovermi che balzò via in un attimo.
La gente che vive nel Parco ha sempre condiviso l’esigenza di tutelarne l’ecosistema?
Combattere con la gente è stata dura, spesso si trattava dei tuoi stessi parenti. Tieni conto che all’inizio gli orsi erano più numerosi dei camosci, perché questi ultimi venivano cacciati dai tedeschi in tempo di guerra, per mangiare. Nel passaggio dal Fascismo all’autonomia del Parco, la gente ha ritrovato certe possibilità di vivere il territorio che erano uniche, non ultimo far conoscere il Parco a livello turistico. Le assunzioni di personale vennero programmate dopo almeno 3 mesi di servizio ausiliario, per selezionare bene la gente del posto, la qualità, la passione. Soprattutto osservarne il comportamento sul campo, il che diceva molte cose della persona.
Lei ha prestato servizio dal 1954 al 1991, poi è passato dall’altra parte della barricata, da semplice abitante del luogo. Cosa è cambiato in questi anni? Di cosa ha bisogno oggi il Parco d’Abruzzo?
Innanzitutto di meno macchine e più scarponi, a partire dagli attuali guardiaparco. Per conoscere e proteggere il territorio bisogna viverlo, il che esige ore ed ore di cammino al giorno, altrimenti certi posti non li raggiungi. L’altro problema è che gli orsi gradualmente se ne vanno, in cerca di frutteti e di cibo facile. La nostra generazione di guardiaparco seminava apposta i prati in alta quota perché avessero da pascolare, oppure si facevano contratti coi contadini per destinare una parte del raccolto, o le eccedenze, o le parti danneggiate, ad essere portate in quota per gli animali del parco. Quante volte siamo andati su per i sentieri con gli zaini stracolmi di mele o pere…
Inutile dirlo: ci vorrebbero più risorse dalle istituzioni, sussidi per la gente del posto, compensi per i danneggiamenti, incentivi al settore alberghiero e turistico… La gente diventa insofferente se mantenere il parco non porta loro alcun vantaggio. E poi ci vorrebbe più collaborazione e partecipazione tra tutti i soggetti presenti: tavole rotonde sulla gestione del parco che coinvolgano tutte le parti, anche noi anziani che abbiamo dato tutto a questi luoghi. Una buona gestione deve esigere passione e dedizione a partire dal personale.
L’aneddoto più divertente della sua lunga esperienza?
E’ sicuramente quello della comitiva di fotografi romani. Arrivarono in 12 per fare alcune riprese dei camosci. Io e il mio collega demmo loro appuntamento alle 2 e mezzo del mattino per salire a piedi. Su 12 se ne presentarono 6. Una volta in marcia, due abbandonarono scoppiati. Dopo poco, altri due ci dissero di proseguire e si fermarono a riposare. La loro attrezzatura ce la caricammo noi. Ne arrivarono a destinazione due. Li aiutammo a sistemare tutto in postazione, quindi facemmo un lungo giro a tenaglia per spingere i camosci a passare davanti alle inquadrature, mentre loro riprendevano. Al termine ci ritroviamo sul posto: i due superstiti si erano addormentati!
Incredibile… li avrete mangiati vivi.
Eh, lì non ti dico che arrivammo alle mani ma quasi… Comunque ripetemmo tutta l’operazione e riuscirono a fare le loro riprese.
Il duro lavoro di portare la “gente di città” a cogliere le bellezze che per voi erano pane quotidiano.
A dir la verità c’è un aneddoto ancora migliore. Un giorno portai un collega giovane, appena entrato in servizio, a fare un appostamento per vedere l’orso. Dopo parecchio cammino gli dissi: “da questo punto in poi silenzio assoluto”. Arrivammo in cima a una cresta, mi affacciai e dall’altra parte, poco sotto, vidi tre orsi che pascolavano tranquilli. Lentamente gli feci cenno di guardare.
Sporse la testa e senza più riuscire a controllarsi per la gioia gridò, indicandoli col dito: “Uno due e tre!” In un attimo si erano volatilizzati, e addio foto.
Tutta una vita spesa qui, in questo modo. Perché l’ha fatto?
Per vivere. Un lavoro, fatto come Dio comanda. Ho rischiato, ho lasciato tante volte la famiglia, ci ho dato davvero la vita. Mi sono fatto carico di tutte le rogne, specie giudiziarie, le accuse, i tribunali, gli allarmi, le crisi, le relazioni, le politiche, la gestione del territorio… Non è stato facile, ma ho avuto buoni superiori che mi hanno coperto le spalle. Mi sono trovato bene. E’ quello che ho sentito di fare. E credo di aver detto tutto.



Intervista realizzata a Villetta Barrea il 29 settembre 2013.
Grazie a Peppe Di Nunzio, sua moglie, Claudio Manco, Stefano Dalla Vedova e Claudia Cevoli.


giovedì 14 novembre 2013

PAESAGGIO E VITICOLTURA DI MONTAGNA CONVEGNO AOSTA CAVE DES ONZE COMMUNES - LOC. URABINS 14 A AYMAVILLES (AOSTA),



TERRAZZAMENTI IN  INVERNO VAL BORMIDA


RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO




Convegno: I paesaggi storici della viticoltura di montagna: azioni attive di salvaguardia e valorizzazione.

Si terrà sabato 16 novembre prossimo alle ore 9, presso la sala conferenze della Cave des Onze Communes - loc. Urabins 14 a Aymavilles (Aosta), il Convegno internazionale "I paesaggi storici della viticoltura di montagna: azioni attive di salvaguardia e valorizzazione". Il convegno organizzato dal Cervim con l'Università della Valle d'Aosta, l'Institut Agricole Régional, l'Ordine degli Architetti e l'Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali della Valle d'Aosta in collaborazione con l'Assessorato all'Agricoltura della Regione Autonoma Valle d'Aosta e la Chambre Valdotaine, ha l’obiettivo di condividere esperienze di pianificazione e di gestione dei paesaggi della viticoltura di montagna alla luce delle possibili prospettive di sviluppo territoriale dettate dall’entrata in vigore della nuova PAC e della nuova programmazione dei PSR.
Per preservare i paesaggi storici della viticoltura montana dovranno essere adottate misure specifiche in grado sia di garantire e sostenere l’attività delle aziende viticole sia di fornire un corretto supporto alla pianificazione e gestione del territorio per preservare paesaggi di inestimabile valore non solo storico-culturale ma anche socio-economico.
Il Convegno moderato dal Prof. Tiziano Tempesta, dell'Università di Padova, vedrà gli interventi di numerosi esperti del settore. Il Convegno sarà anche l’occasione per conoscere le esperienze di aree che hanno ottenuto il riconoscimento di “Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
Al termine del Convegno si terranno due Tavole Rotonde, che vedranno tra gli altri la partecipazione dell'Assessore Regionale all'Agricoltura.
Al termine dell'evento sarà inoltre possibile degustare una selezione dei vini premiati all'ultima edizione del Concorso Internazionale Vini di Montagna. Per informazioni contattare la segreteria organizzativa all'indirizzo mail: info@cervim.it 
 Di seguito è possibile scaricare il programma del Convegno 






lunedì 21 ottobre 2013

CASOLA VALSENIO FRUTTI ANTICHI E DIMENTICATI



CASOLA VALSENIO
IL PAESE DELLE ERBE E DEI FRUTTI ANTICHI E DIMENTICATI





IL CENTRO

Per frutti del passato si intendono quelli che negli ultimi 50 anni hanno conosciuto un lento e silenzioso abbandono a causa dell’affermazione della frutticoltura moderna o industriale. Si trattava di produzioni localizzate, selezionate in numerose varietà nel corso dei secoli; dovevano resistere a stress biotici causati da funghi, batteri e insetti vari in assenza di anticrittogamici, e a quelli abiotici dipendenti dalla disponibilità idrica e dalla qualità dell’acqua e della luce, dalla temperatura.

Cespugli spontanei, piante coltivate negli orti e alberi nei frutteti di casa donavano frutti per il consumo domestico fin dal tardo Medioevo. Caratteristici della stagione autunnale, questi prodotti rappresentavano una preziosa scorta di cibo da conservare con cura per l'inverno. I frutti dimenticati vengono oggi recuperati per la gioia di chi li ha conosciuti nel passato: pere spadone, nespole, mele cotogne, corbezzoli, azzeruole, sorbe, pere volpine, uva spina, senza dimenticare noci,nocciole, melagrane, marroni.

L’impoverimento delle colture porta anche un impoverimento culturale, tanto più in Italia, paese che per i prodotti di nicchia ha un ruolo importante, con oltre 200 produzioni certificate che rappresentano più del 20% del totale europeo. Le indicazioni geografiche sono una dimostrazione del legame tra territorio, cultura e agricoltura, ma va notato che la maggior parte della biodiversità coltivata e dei saperi tradizionali ad essa associati, sono custoditi in una categoria di aziende in genere condotte da persone sopra i 65 anni.

Finora, le attività di “recupero” delle specie hanno portato a valorizzarne diverse, in funzione di mercati particolari. Si va da varietà di albicocco come la Tonda di Castigliole in Piemonte, la Valleggia in Liguria, la Valvenosta in Alto Adige, la Cibo del Paradiso in Puglia, al ciliegio con la Mora di Cazzano in Veneto, il Durone Nero I, II e III in Emilia Romagna, la Ravenna nel Lazio, la Della Recca in Campania, la Ferrovia in Puglia, fino al melo con la Limoncella nel Lazio e in Campania, la Mela Rosa nell’Italia Centrale, la Appio in Sicilia e Sardegna, la Campanino in Emilia Romagna, la Decio in Veneto.

Per i frutti dai caratteristici colori caldi autunnali a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, si è tenuto il12 – 13 e poi il 19 – 20ottobre la Festa dei frutti dimenticati. La ripresa d’interesse verso i frutti di un tempo è rivolta anche al recupero di antichi metodi di conservazione, lavorazione e consumo alimentare. Per questo nel corso della manifestazione si svolgerà un concorso di marmellate e uno di dolci a base di marrone, mentre i ristoranti della zona proporranno per tutto l’autunno la Cucina ai frutti dimenticati. Si tratta di piatti che utilizzano i prodotti tradizionali del territorio proponendo una cucina gradevole, naturale e dal forte potere evocativo.

Insalate di sedano, ribes bianco e rosso in agrodolce, o piatti a base di finocchio selvatico con tarassaco, cerfoglio e salsa di melograno, ottimi se conditi con l'olio extravergine Brisighello: nei menù che si potranno assaggiare in questo periodo compaiono i risotti di pere volpine, l'arrosto di arista con castagne e lamponi o il rotolo di vitello al melograno, la crostata di marmellata di sorbe, le prugnole ripiene di noci e zabaione, il sorbetto alle corniole.




FOTO R. CONTI
IL GIARDINO DELLE PIANTE OFFICINALI
DEDICATO AL PROF. AUGUSTO RINALDI CERONI

FOTO R. CONTI
SABATO 19 A CASOLA VALSENIO

FOTO R. CONTI




FOTO R. CONTI

OLD FRUIT



C'ERA UNA VOLTA IL SAMBUDELLO
SE NON SAPETE COS'E' CHIEDETELO......


IL CONVEGNO DELL'ASSOCIAZIONE CON L'ASSESSORE ALL'AGRICOLTURA


S. GUIDI A CASOLA VALSENIO CON GUIDI PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE ALBERGATORI


L'ANTICA VITE DI CASOLA





ASSOCIAZIONE PER LA VALORIZZAZIONE DELLE ERBE E DEI FRUTTI DIMENTICATI

Una nuova associazione tra imprese agricole e del turismo per promuovere il territorio. A Casola Valsenio è infatti nata l'Associazione per la valorizzazione delle erbe e dei frutti dimenticati. L'intento è quello di promuovere, attraverso eventi e manifestazioni, l'identità storica, culturale, ambientale e turistica. L'associazione vuole promuovere e sostenere l'offerta turistica locale puntando sulla qualità e sulla salubrità dei prodotti tipici di Casola Valsenio con iniziative proprie e con la presenza nelle principali manifestazioni e eventi turistici incentrati sulle produzioni del territorio.

Fino ad oggi all'associazione hanno aderito 33 aziende che operano in agricoltura, nel turismo e nella ristorazione.
Presidente dell'Associazione è Filippo Gentilini (agricoltore) e vice Presidente Villiam Briccolani (ristoratore). Il Consiglio è composto da Claudio Agide (agricoltore), Silvano Bacchilega (Az. agrituristica), Bruno Boni (Presidente Pro Loco), Gaziano Donattini (agricoltore), Catia Fava (ristoratore), Alberto Ghetti (agricoltore), Leo Iseppi (Presidente Coop Montana), Stefania Malavolti (agricoltore), Franco Mazzoni (ristoratore), Antonella Minardi (agricoltore), Donata Monducci (Az. Agrituristica), Sergio Spada (agricoltore), Claudio Veroli (ristoratore)



martedì 15 ottobre 2013

martedì 8 ottobre 2013

VITE MARITATA CASSIANO BASSO GEOPONICA



PASSI SULLA VITE MARITATA DI CASSIANO BASSO
TRADUZIONE ITALIANA DI EMANUELE LELLI








INTERESSANTI PASSI DA GEOPONICA CASSIANO BASSO SULLA VITE MARITATA

SIAMO INTORNO AL V O VI SECOLO D.C.  A COSTANTINOPOLI MA LA RACCOLTA
EFFETTUATA DA CASSIANO BASSO E' SU FONTI ANCHE MOLTO PIU' ANTICHE

martedì 1 ottobre 2013

VILLA DEI QUINTILI INAUGURAZIONE Giardino dei Patriarchi dell’Unità d’Italia AMBIENTE ITALIA, TRASMISSIONE RAI



RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Associazione Nazionale Patriarchi d’Italia
Comitato per la Bellezza


FOTO DEL 27 SETTEMBRE


COMUNICATO STAMPA

NASCE SULL’APPIA ANTICA
IL GIARDINO DEI PATRIARCHI
DELL’UNITA’ D’ITALIA

La mattina del venerdì 27 settembre 2013, alle ore 11,  presso la Villa dei Quintili, in via Appia Nuova n. 1092, si e’ tenuta la cerimonia di inaugurazione del Giardino dei Patriarchi dell’Unità d’Italia. Si tratta di un giardino davvero speciale, dove sono stati messi a dimora i “gemelli” degli alberi monumentali più significativi di tutte le regioni d’Italia. Venti Patriarchi, uno per regione o provincia autonoma.
Il progetto è stato reso possibile grazie alla collaborazione fra la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, Arpa Emilia-Romagna, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Ispra, il Comitato per la Bellezza ed il patrocinio della Regione Emilia-Romagna.
Il Giardino dei Patriarchi dell’Unità d’Italia è stato realizzato – va sottolineato – con l’adesione del Presidente della Repubblica. Per la Soprintendenza per i Beni archeologici ha operato la direttrice dell’Appia Antica, Rita Paris coi suoi collaboratori, per l’Associazione Patriarchi, il presidente Sergio Guidi, e per il Comitato per la Bellezza, Vittorio Emiliani.
L’Associazione Nazionale Patriarchi d’Italia, nata in Emilia-Romagna, ha sede a Forlì ed ha già realizzato il censimento integrale degli alberi secolari o plurisecolari dell’Emilia-Romagna pubblicando in due volumi i risultati di questa importante ricerca.
L’Associazione ha appena terminato, nel 2013, il censimento dei Patriarchi della Provincia di Roma, con scoperte molto importanti per un totale di oltre 600 alberi monumentali censiti. Essa ha costituito a Forlì – e questo è uno dei dati più significativi – un vivaio con oltre 10.000 talee dei Patriarchi più significativi sin qui censiti, alcuni dei quali scomparsi el frattempo per decrepitezza. Tale materiale genetico è servito per creare alcuni Giardini dei Patriarchi nella regione Emilia-Romagna (presso la casa-museo dei fratelli Cervi a Gattatico, a Villa Ghigi sopra Bologna, a Cesenatico, ecc.). L’Associazione cura da anni il Giardino dei frutti dimenticati ideato anni addietro dal grande poeta Tonino Guerra a Pennabilli (Rimini) nel Montefeltro.
Ora è la volta di questo speciale Giardino dei Patriarchi dell’Unità d’Italia alla Villa dei Quintili. Ma ecco i venti Patriarchi che, regione dopo regione, rappresentano il nostro Paese, i suoi diversi paesaggi e ambienti, con essenze secolari o addirittura millenarie. Un omaggio quindi all’Unità d’Italia in uno dei luoghi più belli e significativi della sua Capitale. 

I 20 PATRIARCHI

Valle d’Aosta: pero Brusson (il pero più grande e vecchio della Val d’Aosta)
Piemonte: melo PUM dal Bambin (uno dei meli più grandi del Piemonte)
Liguria: olivo di San Remo millenario (l’olivo più antico della Liguria)
Lombardia: ciliegio di Besana in Brianza (forse il ciliegio selvatico più grande d’Italia)
Trentino Alto Adige: melo di Fondo (il melo più vecchio d’Italia e forse d’Europa)
Friuli V.G.: melo di Campone (il più grande del Friuli) 150 anni,
Veneto: olivo di San Vigilio (olivo millenario sulle rive del Garda)
Emilia Romagna: cotogno antico Faenza (fra i più vecchi d’Italia, produce frutti quasi privi di tannino che si mangiano come mele) 
Toscana: corniolo di Montieri (fra i più grandi d’Italia)
Marche: olivo di Campofilone (fra gli olivi più longevi delle Marche)
Umbria: noce di Poggiodomo, Perugia, (il più grande d’Italia di oltre 5 metri di circonferenza)
Abruzzo: fico Reginella di Bucchianico (antica varietà locale)
Molise: olivo di Veanfro (millenario, coltivato già in epoca romana)
Lazio: melograno di Roma (San Giovanni in Laterano, fra i più vecchi d’Italia)
Campania: vite di Taurasi (vite plurisecolare e di dimensioni enormi)
Puglia: fico di Otranto (varietà autoctona, fra le più antiche)
Basilicata: olivo maiatica di Ferrandina (olivo millenario, il più antico della Basilicata)
Calabria: vite Mantonico di Bianco (vitigno risalente all’epoca magno-greca)
Sicilia: vite Corinto Bianco (vitigno portato in Italia dai Greci oltre duemila anni fa) 
Sardegna: olivo Luras (3800 anni, il più antico d’Europa, 13 metri di circonferenza)

Il giardino, oltre ai vialetti per i camminamenti, è stato arricchito da siepi divisorie, fra un vialetto e l’altro, e sono costituite da essenze arbustive autoctone come: alterno, ginestra odorosa, ginestra dei carbonai, scotano, agno casto, sanguinello, fragola ed altre essenze.


Il progetto del Giardino è dell’architetto Massimo de Vico Fallani con architetto junior Nicola Macchia. Direttore dei lavori architetto Angela Veneziano. Direttore operativo geometra Giampaolo Rimedio. Collaboratore alla Direzione dei lavori dottor Francesco Buzi. Assistente ai lavori Alessandro Licciardello. Impresa esecutrice: Angelo Angeloni



Associazione Nazionale Patriarchi d’Italia Via Fossato Vecchio, 33 - 47121 Forlì; info@patriarchinatura.it.

Comitato per la Bellezza, Vicolo San Celso, 4 00186 Roma v.emiliani@virgilio.it





martedì 17 settembre 2013

VITE MARITATA ICONOGRAFIA EBBREZZA DI NOE ED OTTONE ROSAI

EBBREZZA DI NOE' DI JACOPO CHIMENTI
XVI SECOLO
UFFIZI
SI TRATTA CON TUTTA EVIDENZA DI VITE MARITATA SULLO SFONDO



OTTONE ROSAI
PAESAGGIO INVERNALE
(VITI MARITATE)



VITI MARITATE FOTO VARIE


VITE MARITATA DA SITO FIGLINE VAL D'ARNO




AZIENDA AGRICOLA CASTEL SAN PIETRO (SABINA)
PRODUCE UN VINO CON VITE MARITATA


UN TESTO INTERESSANTE

DAL BLOG

ECOMUSEO COLLI DEL TEZIO

(UMBRIA)

Il paesaggio della zona dell’Ecomuseo Colli del Tezio e il paesaggio rurale umbro altro non sono che il risultato di una lunga serie di interazioni tra fattori umani e naturali e il frutto di una serie di attività antropiche succedutesi negli ultimi secoli. Negli ultimi decenni il progressivo abbandono delle zone meno produttive da una parte o la specializzazione agricola (con la scomparsa delle forme di conduzione tradizionali come la mezzadria), hanno agito sul paesaggio, in diversa misura e per ciascun ambito spaziale, trasformandolo profondamente e in maniera rapida e irreversibile. 
Già negli anni sessanta Henri Desplanques, parlando delle campagne umbre, notava che “Il crollo del sistema mezzadrile rispecchia e materializza il rinnovamento sociale e culturale della nuova Italia, dove niente è più come prima”, tanto che gli aspetti rivoluzionari di questo mutamento sono stati tali da scuotere e modificare “le persone, le società, i quadri naturali e i rapporti sociali e produttivi”. Se da un lato l’affermarsi della mezzadria aveva sapientemente costruito il paesaggio della coltura promiscua “con i filari e gli alberi da frutto in mezzo ai seminativi”, dove un’agricoltura intensiva e di sussistenza non lasciava spazi all’incolto e stratificava la produzione su livelli sovrapposti, la specializzazione agricola (affermatasi successivamente grazie allo sviluppo della tecnologia e in conseguenza delle nuove regole di mercato), la meccanizzazione e l’agricoltura estensiva, il mutare quindi degli ordinamenti colturali ne hanno determinato la disgregazione: sono così progressivamente scomparse scarpate e ciglioni, sono state abbattute le grandi querce e ovunque si è diffusa la monocoltura cerealicola.
E’ questo il nesso di causa ed effetto tra il paesaggio e i cambiamenti verificatisi all’interno del sistema produttivo agricolo italiano e della struttura sociale del lavoro nelle campagne: abbandono, specializzazione, contoterzismo sono gli elementi caratterizzanti un settore primario fondato sulla logica del profitto e all’interno del quale sembra irrimediabilmente venuta meno la preoccupazione per “la conservazione e miglioramento di un patrimonio lasciato dalle generazioni precedenti”. Con logica opposta ma convergente, il paesaggio agrario subisce anche l’impatto di estesi fenomeni di abbandono dell’attività agricola delle aree marginali (a favore di quelle più fertili e redditizie) e di conseguente rinaturalizzazione da parte del bosco, fenomeni legati al forte spopolamento che ha caratterizzato l’area collinare negli ultimi cinquant’anni, alla debolezza del sistema socio-economico, alle mutate condizioni di operatività e redditività delle aziende agricole.
In Umbria, d’altro canto, la grande varietà di “paesaggi” sembra sopravvivere anche in relazione ai differenziati ambiti subregionali (i bacini quaternari con il loro mosaico di terreni agrari, l’alta collina flyscioide, la montagna calcarea). Il territorio è ancora caratterizzato da una molteplicità di aspetti naturali e umani che si integrano mirabilmente tra loro, disegnando un paesaggio di particolare pregio ambientale, ma anche ricco di storia. Piccoli villaggi e ruderi di castelli, arroccati sui fianchi dei monti, scrutano la vallata sottostante solcata da filari di salici e pioppi cipressini che si sviluppano lungo un torrente. I diversi appezzamenti dei campi coltivati, dei pascoli e seminativi sono talvolta ancora delimitati da stradine di campagna, da siepi naturali e da antichi muretti a secco; al loro interno ogni tanto troviamo ancora le querce “camporili”, cioè alberi isolati, generalmente querce, lasciati storicamente per il riparo dei pastori e degli animali dal calore estivo. Senza dimenticare la rete di case coloniche distribuite nel territorio.
Nel territorio dell’Ecomuseo Colli del Tezio, con visione a grande scala, la compresenza di forme vecchie e nuove sembra appena percettibile; in particolare la collina rappresenta l’ambito spaziale a più alto tasso di conservazione nella irregolare alternanza di lembi di bosco, oliveti e vigneti, terrazzamenti con muri a secco e campi nudi con querce camporili. Ma per quanto tempo ancora?
Si è qui descritta una serie di aspetti fondamentali del paesaggio regionale, quelli che ne delineano la sua identità, sia quelli storico-architettonici che naturalistico-ambientali. Valori “diffusi”, come le querce camporili, le siepi e i filari, esito di specifiche modalità di organizzazione dello spazio rurale e del lavoro umano, sono sempre più minacciate: è in atto una lenta e progressiva scomparsa della rete di muretti a secco presenti in collina e una progressiva rarefazione degli elementi “camporili” che formavano il tessuto diffuso al centro dei poderi, cioè la componente arborea in pianura (querce camporili, viti maritate, alberi di confine), contribuendo alla scomparsa di alcuni degli elementi principali di varietà del paesaggio rurale.
La qualità del paesaggio agrario rappresenta una ricchezza per le nostre aree rurali. Le trasformazioni del paesaggio possono incidere sulla capacità di attrattiva del territorio e sulle sue possibilità di valorizzazione. Per tale motivo è importante essere coscienti di questo patrimonio, conoscerlo per difenderlo e farlo apprezzare da chi verrà dopo di noi.
Antonio Brunori
Dottore Forestale e Docente a contratto di
Selvicoltura e Assestamento Forestale
Università degli Studi di Perugia
In collaborazione con Luana Ilarioni,
dottoranda in Arboricoltura,
Università di Perugia


giovedì 12 settembre 2013

VERSOALN VITE ANTICA DI PRISSIANO BZ


VERSOALN
LA VITE PIU’ ANTICA?
PRISSIANO- TESIMO (MERANO)
BOLZANO

SI DICE che sia stata piantata dagli ultimi Schlandersberg proprietari del castello, agli inizi del XV SECOLO Si hanno le prime testimonianze del vitigno in alcuni documenti risalenti al 1660.
 Ricerche condotte dall'UNIVERSITA' DI GOTTINGA hanno stabilito un'età approssimativa di 350 anni, che fa di Versoaln FRA LE  vitI più vecchiE D'EUROPA E della Terra. Un'altra vite con datazione COMPARABILE si trova presso MARIBOR, in SLOVENIA, ed è nota con il nome Stara Trta ("vecchia vite").
è ritenuta essere anche la più grande del continente: i suoi rami coprono infatti circa 350 metri quadri di PERGOLATO
Dalla sua uva , POCHI QUINTALI, si produce un VINO BIANCO che porta lo stesso nome della pianta, prodotto in  bottiglie numerate, acquistabili direttamente presso il castello. Esso viene descritto come NETTARE DEGLI DEI, di colore verdognolo, gradevole al palato con gusto leggermente fruttato, struttura delicata e una spiccata e fresca ACIDITA'.
Tale vitigno è sopravvissuto alla fillossera della vite del secolo scorso ma circa 50 m2 sono stati danneggiaTI.

La cura colturale è demandata alla scuola professionale per la frutticoltura, viticoltura e floricoltura LAIMBURG di ORA, VICINO BOLZANI, un polo scientifico d'eccellenza nell'ambito dell'agricoltura e della viticoltura in Alto Adige.[ Dal 2006 i giardini di castel Trauttmansdorff ne hanno assunto la tutela.